Capita di imbattersi in una parola che sembra uscita da un salotto illuminato da candele, dove le battute non graffiano mai e l’ironia ha i guanti. Lepore è proprio così: un termine che profuma di conversazione brillante, di stile controllato, di sorriso elegante. E quando lo incontri in un verso, ti dà l’impressione che l’autore stia ammiccando con discrezione, senza mai alzare la voce.
Che cosa significa davvero “lepore”
In italiano lepore indica una argutezza raffinata, una facezia garbata, una gaiezza conviviale che non scivola nella volgarità. Non è solo “essere spiritosi”, è farlo con misura, con grazia, come se le parole avessero un portamento.
Se dovessi renderlo concreto, penserei a:
- una frase brillante che non umilia nessuno,
- un complimento con una piega ironica, ma gentile,
- uno stile che sa essere leggero senza essere superficiale.
È un vocabolo raro e decisamente letterario, più facile trovarlo in poesia o in prosa d’autore che in una conversazione quotidiana.
Origine: dal latino “lepos”, non una grazia qualunque
Il cuore della parola sta nel latino lepos (genitivo leporis). Qui la cosa interessante è che non parliamo di una “grazia” generica, ma di una grazia specifica, urbana, elegante, spesso legata alla convivialità e allo scherzo intelligente. Insomma, una qualità sociale e stilistica insieme.
Nel latino classico lepos rimase un termine dal sapore letterario. Poi, con il passare dei secoli, andò incontro a un progressivo indebolimento fino a cadere in disuso verso la fine della Repubblica romana. E qui arriva il colpo di scena: non sparisce per sempre, perché in Italia viene recuperato nel Trecento come voce dotta, riesumata come si fa con un gioiello antico, non per nostalgia, ma per precisione espressiva.
Questo recupero è tipico della tradizione umanistica e post-umanistica: quando una parola serve a dire una sfumatura che l’italiano comune non distingue bene, la si riprende dal deposito del latino.
“Lepore” in letteratura: un sorriso scritto bene
Se lepore è raro oggi, nel passato ha avuto una vera fortuna, soprattutto a partire dal Trecento. In certi testi sembra quasi una parola-sigillo, usata per dichiarare una certa idea di stile: brillante sì, ma composto.
Un esempio celebre è quello di Giuseppe Parini, che scrive: “spontaneo Lepor tu mesci a i detti”. L’immagine è splendida, come se il lepore fosse un ingrediente da versare nelle frasi, capace di renderle più saporite senza appesantirle. Qui non è la battuta fine a se stessa, è la piacevolezza arguta dello stile e delle espressioni.
E andando ancora più indietro, il termine compare anche in contesti poetici antichi, come nei coreuti di Sacchetti. È un uso che conferma l’idea: quando l’autore vuole comunicare leggerezza intelligente, sceglie una parola che già porta con sé quella musica.
Lepore e lepidezza: stessi parenti, caratteri diversi
Arriviamo alla domanda che spesso resta in sospeso: che differenza c’è con lepidezza?
Sono parole sinonimiche e imparentate etimologicamente. Lepidezza deriva da lepido, collegato a lepos. Ma, a livello di sfumature, si avverte una piccola ma decisiva divergenza:
- Lepore mette al centro eleganza, grazia conviviale, la brillantezza come forma di armonia sociale.
- Lepidezza insiste di più su spirito arguto, ironia, prontezza di ingegno, talvolta più “punta” che “carezza”.
È come se lepore fosse la luce calda di una stanza, mentre lepidezza fosse il lampo rapido di una battuta riuscita.
Nel tempo, anche in latino, il rapporto tra lepos e lepidus è stato discusso: c’è chi si chiede se sia nato prima l’uno o l’altro, e se uno derivi dall’altro. In italiano, però, ciò che conta è l’esito: entrambi restano termini letterari, ma lepore conserva una sfumatura vicina all’idea di eutrapelia, cioè quella felicità spiritosa che rende piacevole la compagnia, senza trasformare l’arguzia in arma.
Quando usarli (oggi) senza sembrare fuori tempo
Se ti viene voglia di usarli, il trucco è pensare alla funzione:
- scegli lepore quando vuoi elogiare grazia, urbanità, leggerezza elegante,
- scegli lepidezza quando vuoi sottolineare brillantezza e ironia.
E alla fine, la soddisfazione è questa: lepore non è una parola antiquata per fare scena, è un nome preciso per un tipo di intelligenza gentile. Quella che fa sorridere, e fa anche respirare meglio il testo.

